LA  PSICOTERAPIA  IN  ADOLESCENZA

 

 

   L’adolescenza è, per definizione, una fase di passaggio tra l’infanzia e l’età adulta: in altre parole, è di per sé una fase di instabilità. L’adolescente, infatti, non è né adulto né bambino. E’ appunto un adolescente: colui che cerca di svincolarsi dall’infanzia e dai legami dell’infanzia, colui che cerca di immaginare e costruire il suo modo di essere adulto ma che non è ancora adulto.

Perciò, l’adolescenza è il periodo della vita, caratterizzato da continue e marcate oscillazioni.

    L’adolescente tipico, infatti, ondeggia tra bonaccia e tempesta ed oscilla continuamente tra modi funzionamento adulto e modo di funzionamento infantile. Insomma, un giorno rivendica l’essere trattato e considerato come un adulto ed il giorno dopo chiede attenzioni ed atteggiamenti adeguati ad un bambino.

Psicoterapia Adolescenza - Firenze    L’adolescente tipico è, poi, centrato su se stesso: e il suo mondo lo assorbe completamente. E’, infatti, immerso nel compito evolutivo: costruirsi una nuova identità, che non è più quella di un bambino.

Già queste poche notazioni permettono di capire perché la clinica dell’adolescenza si presenti così complessa.

    Proprio le caratteristiche evolutive dell’adolescenza rendono, infatti, molto complicato il rapporto dell’adolescente con il mondo adulto. Quest’ultimo si configura spesso per l’adolescente come un mondo da cui bisogna prendere le distanze, perché è un mondo che vuole imporre le sue regole ed il suo modo di essere ed un mondo da cui l’adolescente si sente spesso distante (“non mi capisce”) e che considera con sufficienza o francamente sbagliato.

    I clinici sono adulti: e con loro, l’adolescente non può allora non avere un rapporto complesso, connotato da un sottofondo di ambiguità. Non è casuale che proprio la psicoterapia dell’adolescenza è quella che tende a registrare il maggior numero di interruzioni ed abbandoni. Non è né facile né immediato interpretare questo fenomeno delle interruzioni, ma serve comunque a ricordare che:

    a) il rapporto tra adolescente ed adulto è un rapporto, che presenta fisiologicamente una forte oscillazione;

    b) l’adolescente ha un forte bisogno di sentirsi padrone della sua vita e questo si esplica spesso proprio nel prendere le distanze dall’adulto;

    c) l’alleanza tra adolescente ed adulto è sempre e comunque un’alleanza a tempo ed è l’adolescente a deciderne modi e tempi;.

    Non bisogna, infatti, dimenticare che il luogo di “autocura” naturale dell’adolescente è il gruppo dei coetanei: tra di loro, si attua, infatti, in modo spontaneo quel processo di rispecchiamento, che costituisce la culla naturale del processo di riformulazione dell’identità.

 

 

Le configurazioni psicopatologiche dell’adolescenza

 

    La psicopatologia dell’adolescenza tenda spesso a presentare un carattere esplosivo e toni drammatici, proprio in virtù delle caratteristiche della fase.

    In genere, la psicopatologia richiama il problema evolutivo proprio dell’adolescenza e cioè il tema dell’identità e della sua riformulazione. Tutto questo può manifestarsi in una difficoltà di svincolo dall’identità infantile o con problemi legati all’area narcisistica. Il tema del corpo diviene poi assolutamente centrale: è infatti qualcosa che cambia, a volte in modo repentino, e nel quale l’adolescente sperimenta non soltanto il cambiamento dell’identità corporea, ma anche l’impossibilità di esercitare un controllo. Spesso, infatti, il cambiamento corporeo è sentito come una sorta di “passivizzazione”: è qualcosa che avviene al di fuori della volontà. E’ per questo che la psicopatologia, in adolescenza, ha spesso riferimento alla realtà corporea ed alla relazione tra mente e corpo.

 

 

Le configurazioni psicopatologiche in relazione alla fase evolutiva

 

    Agli inizi, si tendeva a concepire l’adolescenza come un processo unico. Oggi è invece invalsa la tendenza a considerarla, come l’età evolutiva, un processo a tappe.

    Si parla così di prima e seconda adolescenza, facendo riferimento alle caratteristiche ed ai compiti evolutivi che segnano le diverse età.

   La prima adolescenza pone in primo piano il tema dello svincolo dalla relazione infantile, della scoperta del corpo e quello dell’inizio del processo di ridefinizione dell’identità.

    E’ così che in questa fase tendono a presentarsi problemi psicopatologici, legati a questi temi.

    Da un lato, troviamo quelle forme di psicopatologia che denunciano la difficoltà dello svincolo dalle relazioni infantili. La sua massima espressione è quello che è stato chiamato il breakdown adolescenziale: il non accesso alla fase, alla crisi ed alle tematiche proprie dell’adolescenza.

    L’adolescente, insomma, è tale soltanto da un punto di vista dell’età cronologica: per il resto è rimasto fermo ad un’identità infantile.  Il processo evolutivo, insomma, resta bloccato e si verifica una sorta di non accesso a quelle che sono le tematiche tipiche dell’adolescenza.

    Spesso il breakdown si configura come un quadro silente: non ci sono le tempeste e le oscillazioni di funzionamento, proprie della fase. Ma la scarsa espressività clinica e sintomatologica non significa che non sia una psicopatologia di scarsa entità: è anzi proprio la qualità dell’arresto del processo di sviluppo a renderla una psicopatologia di grave entità clinica.

   Dall’altro, si trovano quelle forme psicopatologiche che denunciano conflitti o blocchi nell’accettazione della crescita corporea, della ridefinizione della relazione mente/corpo e dell’identità.

    Abitualmente, in questa area sono quasi sempre presenti temi legati al senso dell’impotenza.

    La ridefinizione dell’identità, propria di questa fase comporta, infatti, il riemergere della struttura di base del sé: il senso di validità di sé torna ad essere quindi un tema cruciale e la sua espressione negativa – il senso dell’impotenza –caratterizza spesso qualsiasi problema psicopatologico.  

    Nella seconda adolescenza, le configurazioni psicopatologiche tendono ad avvicinarsi a quelle dell’adulto. E non è difficile rendersi conto del perché. Infatti, se la prima adolescenza è l’età connotata dall’emergenza dei temi adolescenziale e dal problema dell’integrazione dei suddetti temi nella struttura del sé, la seconda adolescenza si presenta più caratterizzata dal problema della loro elaborazione e trasformazione in senso personale.

    In questo periodo, dunque, l’adolescente deve confrontarsi sul come è riuscito ad attuare un’integrazione sufficientemente stabile delle strutture del sé e sul come dare vita al suo progetto esistenziale.  Deve insomma confrontarsi sul come e quanto è riuscito il compito evolutivo della prima adolescenza, come e quanto è una persona sufficientemente integrata, come e quanto sente di poter vivere una sua vita autonoma.

    La psicopatologia che esordisce in questa fase, dunque, è legata meno strettamente all’integrazione, come accade nella prima adolescenza, e più al risultato dell’integrazione stessa. Ed è per questo che la psicopatologia può allora essere avvicinarsi di più a quella dell’adulto, perché si esprime appunto sulla capacità di “farcela” e di riuscire ad attuare una dimensione vitale  significativa.

    Naturalmente, questa divisione è più che altro teorica: nella pratica clinica, infatti, i temi nulla è così nettamente differenziato e nella seconda adolescenza sono presenti temi, atteggiamenti e quadri, che appartengono alla prima.

 

    La psicopatologia grave comprende i seguenti disturbi:

       •  i disordini alimentari

       •  il breakdown adolescenziale

       •  i comportamenti dissociali

       •  il tentativo di suicidio

       •  le rotture psicotiche

 

    E’ comunque doveroso segnalare che si tratta di condizioni psicopatologiche che richiedono un modello di gestione clinica integrato (che coinvolge quindi anche strutture e possibilità di ricovero) e che quindi difficilmente possono essere trattate esclusivamente attraverso un processo psicoterapeutico. Quest’ultimo, infatti, costituisce un segmento di un processo di presa in carico, che deve essere comunque integrato e coinvolgere più istanze.

 

 

Il continuum tra normalità e patologia nell’adolescenza

 

    Come in età evolutiva, così in adolescenza non si può tracciare una linea di demarcazione netta e precisa tra ciò che è normalità e ciò che è patologia. Infatti, spesso gli episodi di “crisi evolutiva” adolescenziale tendono a manifestarsi ed esprimersi con modi o anche sintomi, che possono essere gli stessi riscontrabili nei quadri psicopatologici.

    Anche l’adolescenza è un processo a sbalzi; e ciò significa, necessariamente, episodi critici.

    Come in età evolutiva, così in adolescenza il criterio che permette di discriminare episodio critico, che rientra dunque nella normalità, ed esordio psicopatologico è un criterio di durata. Infatti, l’episodio critico è di natura transitoria e quindi destinato a risolversi spontaneamente. L’esordio psicopatologico, invece, delinea il contrario: un blocco o un punto di arresto del processo evolutivo.

    La normalità dell’adolescenza, tuttavia, se confrontata con quella dell’età evolutiva, è caratterizzata da maggiore discontinuità e dalla maggiore incidenza di crisi ed episodi critici.  Perché, per dirla in uno slogan, l’adolescenza è già di per sé una fase connotata dalla discontinuità e dalla criticità.

    Le crisi evolutive dell’adolescenza hanno relazione con i compiti evolutivi della fase, ma, a differenza di quelle dell’età evolutiva, sono prevalente legate all’andamento soggettivo di ogni adolescente. Non hanno insomma quella tipicità (almeno temporale) che si è cercato di descrivere in relazione al bambino.

    In altre parole, tutti gli adolescenti le hanno, ma ognuno le ha a modo e tempo suo.

    In adolescenza, insomma, è necessario abituarsi a considerare che sintomi o anche costellazioni sintomatologiche possono rientrare nella normalità.

    Adolescente che passa un periodo depressivo, che si isola ancor più del solito nella sua stanza, che comincia a disinvestire il mondo esterno, che si concentra ossessivamente sulla palestra, l’adolescente che fa uso episodico di droghe leggere, che passa un periodo, mangiando in modo insolito, non è necessariamente un adolescente che entra nell’area della psicopatologia.

    E’ forse un adolescente che attraversa un momento di disagio evolutivo, ma questo non vuole necessariamente dire patologia o disturbo conclamato.

    Lo stesso rapporto di continuità, che è necessario avere come costante riferimento nella normalità dell’adolescenza, deve essere considerato e tenuto presente anche nella patologia.

    Infatti, come il bambino, così l’adolescente vive all’interno di un processo evolutivo, le cui forze progressive sono comunque attive. In altre parole, se la patologia segnala che in un’area di sviluppo si è determinato un conflitto o un blocco, ciò non vuol dire che l’intero processo di crescita ha subito un arresto totale.

    E’ così cruciale considerare quali sono le aree in cui l’adolescente vive e funziona da adolescente: quelle sono, infatti, le aree di normalità.

 

 

La definizione del profilo psicologico

 

    Alla luce di quanto detto precedentemente, si comprende il perché sia così essenziale arrivare ad una definizione del profilo psicologico dell’adolescente, che inizia un processo terapeutico. Avere un quadro più o meno approssimativo di come funziona l’’adolescente, infatti, ci permette di capire dove sono i punti di maggior debolezza e quelli di forza.
    E questo diventa cruciale per ragioni che si potrebbero riassumere in:
    a) il problema dell’alleanza terapeutica. Nella psicoterapia dell’adolescente, l’alleanza terapeutica non passa più per i genitori ma si stabilisce direttamente con lui. Il terapeuta, allora, deve, almeno in linea di massima, avere un’ipotesi sul chi è l’adolescente perché questo permetterà di prevedere (sempre in linea di massima) quali sono i punti di forza e quelli di debolezza dell’alleanza terapeutica stessa;
    b) l’adolescente ha una certa consapevolezza del suo stato di malessere. Ma non è ancora la consapevolezza di un adulto e spesso si esplica nel sentire di “avere un problema”. Così, frequentemente, per lui, una volta ridimensionato il problema, la psicoterapia non ha più ragione di andare avanti. E’ allora fondamentale che il terapeuta abbia – sempre in linea di massima – una visione del gioco tra punti di forza e debolezza, perché questo permette di avere un’ipotesi sul dove è arrivato il processo terapeutico e sulla necessità di proseguire;
    c) gli adolescenti tollerano poco le incertezze da parte del mondo adulto. Avere un’ipotesi – sempre in linea di massima – sul funzionamento dell’adolescente aiuta allora il terapeuta ad esercitare il suo ruolo in modo più preciso e puntuale e a rendere la sua funzione terapeutica aderente ai problemi propri e specifici dell’adolescente.

 

 

La definizione degli obiettivi psicoterapeutici

 

    Spesso, la peculiarità dell’adolescenza, che si traduce frequentemente in una qualità di imprevedibilità, contribuisce alla formulazione di progetti terapeutici vaghi  o indeterminati.

    Viceversa, è proprio la sopraccitata caratteristica che rende ancora più necessario formulare un progetto terapeutico, che si esplica nella possibilità del raggiungimento di determinati obiettivi.

    In primo luogo, questo consente percorsi terapeutici con una linea di continuità, permette di comprendere le eventuali fasi di stallo e di avere comunque una direzione di massima.

    Tutto questo è cruciale, perché se ogni processo terapeutico ha un suo andamento peculiare, non prevedibile e non preventivabile ai suoi inizi, in adolescenza questo si configura spesso attraverso quella discontinuità che è propria dell’età. Conservare, dunque, una sorta di filo di Arianna verso una meta ed un punto di arrivo diventa allora, anche per il terapeuta il modo per non perdersi all’interno dei salti e delle discontinuità del processo.

    Naturalmente, la definizione degli obiettivi terapeutici dipende dal singolo caso.

    In generale, si può riassumere però nella possibilità di riattivare il natura svolgersi del processo di crescita, riducendo o risolvendo ciò che lo ostacola o lo blocca.

    E’ però necessario tenere sempre presente che, a differenza di quanto accade in età evolutiva, l’adolescente ha una sua visione di ciò che vuole e, in un certo senso, un suo obiettivo da raggiungere. E non necessariamente coincide con quello che è stato prefissato come punto di arrivo del processo terapeutico.

    Forse questa è una delle ragione delle frequenti interruzioni psicoterapeutiche, che avvengono. Ma è comunque un dato, che non deve essere mai dimenticato: ciò che il terapeuta considera come un necessario punto di arrivo, non sempre lo è anche per l’adolescente che ritiene il processo concluso, quando ha raggiunto il suo obiettivo.

    E d’altro canto, questo non deve mai portare alla conclusione, che risulterebbe soltanto erronea, che allora è inutile tentare di definire degli obiettivi terapeutici, in adolescenza. Questo,infatti, incrementerebbe soltanto la possibilità di mettere in piedi processi indeterminati e privi di direzione.

 

 

La relazione psicoterapeutica

 

    E’ evidente che la relazione psicoterapeutica, in adolescenza, segue un suo andamento peculiare.

    L’adolescente, infatti, non è più il bambino spontaneo e non è neppure l’adulto, che, in un modo o nell’altro, ha una domanda, cui attende risposta. L’adolescente è in mezzo e molto spesso non sa neppure lui di che cosa ha bisogno.

    Così  l’adolescente, in generale, ed ogni adolescente, in particolare, fa un uso personale della relazione terapeutica: qualcuno ne usa il valore di spazio neutrale, qualcuno quello di tempo, qualcun altro quello di ascolto o di scambio.

    E spesso gli adolescente lo fanno senza dirlo ed è magari a posteriori, o indirettamente, che lo psicoterapeuta ne viene a conoscenza.

    Ciò si traduce nel fatto che la relazione terapeutica in adolescenza ha un carattere che spesso non è traducibile in parole.

    Questo vuol dire che lo psicoterapeuta deve spesso e volentieri procedere, senza avere una conferma di quello che fa e dell’eventuale punto cui è giunto il processo. Lo sa, magari a posteriori o indirettamente, perché l’adolescente comincia a manifestare un modo diverso di essere o perché, improvvisamente, assume un atteggiamento generale diverso.

    In adolescenza, il silenzio diventa spesso una presenza ricorrente. Perché l’adolescente usa lo spazio, la presenza e le parole del terapeuta senza dirlo. Perché l’adolescente rielabora e ricostruisce il suo mondo interno con modi diversi da quelli, cui siamo abituati nella realtà adulta. Perché l’adolescente condivide soltanto una parte del suo mondo con l’adulto.

    Qualunque sia la ragione, è necessario ricordare che la relazione terapeutica in adolescenza manifesta spesso larghe zone di ombra e pone, frequentemente, in primo piano la questione del silenzio.

    E a proposito del silenzio, bisogna aprire una parentesi. Come noto, il silenzio, può assumere significati diversi.

    Può essere il silenzio, che accompagna un momento di ripensamento e rielaborazione. Deve essere allora rispettato ed accompagnato. Può essere il silenzio, che accompagna un momento di incomprensione o una fase di ostilità. Va allora affrontato.

    Ma può essere, e spesso in adolescenza è, il segno di un’incapacità di comunicare. L’adolescente vive, insomma, una sorta di ripiegamento su e all’interno di sé stesso o è prigioniero della paura di essere giudicato e criticato, che riduce o impedisce la possibilità di esprimere e raccontare sé stesso con l’altro.

    Questa, che è divenuta oggi una condizione psicologica, frequentemente riscontrabile tra gli adolescenti, richiede una diversa posizione da parte dello psicoterapeuta.

    Quest’ultimo non può, infatti, lasciare l’adolescente nel suo silenzio: così facendo, verrebbe meno al suo compito ed alla sua funzione terapeutica. E’ allora necessario che affronti il silenzio, andando a cercare l’adolescente, chiuso nel suo bozzolo.

    E’ naturalmente un processo complesso perché lo psicoterapeuta si trova tra la Scilla dell’intrusività e la Cariddi della mancanza di comunicazione. Ma è un compito che bisogna comunque affrontare: altrimenti l’adolescente resta solo nel suo bozzolo ed il processo terapeutico viene meno alla sua stessa funzione.

 

 

 

 

 

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